Viandante, non esiste il sentiero,
il sentiero si fa camminando.
Antonio Machado

 

Care democratiche, cari democratici,

dopo alcuni giorni di tensioni che hanno portato alla nascita del Governo Draghi, oggi una larga parte del paese guarda, preoccupata, a ciò che sta accadendo nel Partito Democratico.

Anche la comunità delle democratiche e dei democratici di Pontassieve è preoccupata e disorientata e bene lo ha espresso anche negli ultimi giorni attraverso interventi di autorevoli esponenti locali.

Non più tardi di metà febbraio Nicola Zingaretti aveva ribadito, con la sua relazione in Direzione nazionale, la necessità di mantenere unito questo partito, così da poter essere di reale sostegno alle politiche del Governo Draghi e, parimenti, così da poter incidere con la propria presenza proprio su quelle politiche. Molti nostri sostenitori avevano infatti espresso preoccupazione per il rischio di un eccessivo spostamento dell’asse del Governo verso destra e la necessità dunque di un Partito Democratico forte proprio per controbilanciare questa possibilità.

Qualcosa evidentemente non ha funzionato.

Il Segretario nazionale – cogliendo tutti di sorpresa – ha rassegnato le proprie dimissioni, utilizzando sia un mezzo decisamente irrituale sia toni particolarmente forti, ai quali non eravamo abituati, tanto da scuotere questo partito a tutti i livelli:

«Mi vergogno che nel Pd da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid».

Queste sono state le sue esatte parole e queste parole mi hanno profondamente rattristato.

Per qualcuno le dimissioni erano nell’aria, per qualcuno invece sono arrivate come un fulmine a ciel sereno. Io, forse ingenuamente, mi colloco tra i secondi.

Fatto sta che queste dimissioni arrivano in una fase delicatissima, non solo e non tanto per il nostro partito, quanto per il paese in generale, con il Governo Draghi appena insediato, un’emergenza sanitaria ancora in atto e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza da perfezionare e presentare.

Io ancora oggi continuo a credere che le priorità siano il piano vaccinale, i ristori, la riapertura delle scuole, il potenziamento del sistema sanitario nazionale e invece mi ritrovo più volte al giorno a discutere su ciò che accade al gruppo dirigente del nostro partito.

Per capire i prossimi passi dovremo attendere l’Assemblea nazionale del 14 marzo, ma nel frattempo possiamo dare il nostro contributo attraverso alcune riflessioni.

* * *

Lo scorso 18 febbraio la Segreteria Comunale del Partito Democratico di Pontassieve aveva deliberato la convocazione di questa Assemblea, il cui scopo avrebbe dovuto essere una analisi della fine dell’esperienza del Conte-bis e dell’inizio del nuovo Governo guidato da Mario Draghi.

Le dimissioni di Nicola Zingaretti tuttavia ci hanno obbligato a una diversa impostazione di questo odierno incontro, che certamente avremmo preferito fare in presenza anche perché – diciamocelo francamente – ci mancano i nostri piccoli, ma significativi “rituali”. Ci manca lo stare insieme, ci manca il confronto de visu, ci manca il tirare tardi sotto le finestre dell’Accademia. La politica, per noi, continua a essere anche contatto e relazione.

Traggo dunque spunto dalle dimissioni del nostro Segretario nazionale per dire, in maniera forse irrituale, ma – mi sia consentito – certamente non irrispettosa, che in fondo il punto vero della discussione non sono le dimissioni di Nicola Zingaretti.

Il punto vero – ed è un bene che se ne parli – è la questione identitaria, richiamata da più parti: chi siamo, quali sono i nostri valori, dove vogliamo andare e, fatto non secondario, chi vogliamo rappresentare.

Non solo: la questione identitaria richiama inevitabilmente la domanda che proprio il dimissionario Segretario Zingaretti aveva lanciato all’ultima Direzione nazionale: «Le ragioni dell’esistenza del Pd sono venute meno?».

Sono due i fatti principali che ci riportano indietro nel tempo, a quel “lontano” 2007, anno di costituzione del Partito Democratico.

Il primo riguarda la discussione sulle così dette “alleanze strutturali”, che va avanti da alcune settimane, ovvero di quelle eventuali scelte strategiche di lungo periodo finalizzate a cementare un’alleanza progressista con LeU e con il M5S.

Questa discussione fin da subito si è rivelata essere uno dei così detti pomi della discordia, soprattutto qui in Toscana.

Un tema che ha sicuramente una duplice valenza: una più contingente in quanto legata sia all’attuale legge elettorale sia all’attuale panorama e assetto politico e una di più ampio respiro in quanto legata a una progettualità che guarda inevitabilmente avanti, oltre il contingente.

Scelte come questa – specialmente se, come circolato sui giornali, si intendono “strutturali” e non transitorie – credo che dovrebbero essere discusse in primis da e con gli iscritti, poiché ridisegnerebbero almeno in parte l’identità del nostro partito. E credo che questa sarebbe una decisione molto saggia, dal momento che è almeno dal 2019 che iscritti, militanti ed elettori non hanno più contribuito alla definizione delle scelte politiche del Partito Democratico (e questo al netto delle oggettive difficoltà legate all’emergenza sanitaria).

Scelte come questa dovrebbero inoltre essere fatte nel rispetto delle storie e degli equilibri dei territori, poiché Pontassieve non è Savona e la Toscana non è la Liguria. Fare un accordo per un eventuale elezione di rango nazionale non può automaticamente tradursi con un accordo per le prossime elezioni amministrative di Pontassieve.

Anche perché dietro gli accordi ci sono le donne e gli uomini.

Rispettare i territori significa soprattutto rispettare l’impegno di quelle donne e di quegli uomini che dedicano tempo ed energie a quei luoghi perché in quei luoghi amministrano un Comune, distribuiscono un volantino, tengono aperto un Circolo, consegnano una tessera.

Scelte come questa, essendo scelte molto serie, meritano l’attivazione di tutti quei luoghi e quegli organi preposti a questo tipo di discussioni, a cominciare da Assemblee come questa e non dovrebbero esaurirsi in botte e risposte sui social network o sui quotidiani o, ancora, in televisione.

Un confronto che, come auspicato da molti, richiede meno social network e più politica.

E questo primo fatto – il tema delle alleanze non tanto programmatiche, quanto strutturali, con tutto il carico di ambiguità che l’utilizzo di alcuni aggettivi porta con sé, qualora non opportunatamente declinati – ci porta inevitabilmente al secondo, che riguarda la nascita stessa del Partito Democratico.

Spesso c’è la tendenza a ritenere il Partito Democratico una “fusione a freddo” tra i Democratici di Sinistra e la Margherita (una “amalgama non riuscita”, come anche di recente ha chiosato il Prof. Salvati richiamando un D’Alema d’altri tempi), dimenticandosi però che nel costituendo Partito Democratico confluirono di fatto molte di quelle esperienze che, nel tempo, avevano dato vita proprio ai DS e alla Margherita, attraverso un processo iniziato anni prima: il Partito Liberale Italiano (attraverso la Federazione dei liberali), il Partito Repubblicano Italiano (attraverso la Sinistra Repubblicana e il Movimento dei Repubblicani Europei), il Partito Socialista (attraverso la Federazione Laburista e i Socialisti Democratici Italiani) e le tradizioni che arrivavano direttamente dal Partito Comunista (Rifondazione Comunista e Partito Democratico della Sinistra) e dalla Democrazia Cristiana (il Partito Popolare Italiano, i Cristiano sociali e l’Italia di Mezzo).

Ancor prima della nascita dell’Ulivo, infatti, si parlava già della possibilità di riunire tutte le correnti riformiste e moderate della storia italiana.

Molti provengono da alcune di quelle realtà, per ognuna delle quali io nutro profondo rispetto. Realtà che hanno contribuito ad animare il dibattito politico in questo paese e che, tra l’altro, ne hanno sempre favorito la crescita e lo sviluppo. E senza voler scomodare storie a noi lontane, Pontassieve ne è un esempio.

Molti altri però non provengono da nessuna di quelle realtà e magari, dopo aver “semplicemente” sostenuto il progetto unitario e riformista di Romano Prodi con il proprio voto, hanno deciso di impegnarsi politicamente con un nuovo soggetto che era appena nato e che, già dal suo Manifesto dei valori, intendeva «contribuire a costruire e consolidare, in Europa e nel mondo, un ampio campo riformista, europeista e di centro-sinistra, operando in un rapporto organico con le principali forze socialiste, democratiche, progressiste e promuovendone l’azione comune».

Questo fu esattamente, ad esempio, ciò che capitò a me.

Ma penso anche a chi, più per ragioni anagrafiche che per una vera e propria scelta, si è ritrovato a fare politica dentro Pd.

Dal quel 2007 sono passati quasi 14 anni.

Chi, a prescindere dalla sigla o dalla non-sigla da cui è partito (che poi significa essere partiti da una storia, da una tradizione, da un percorso personale, a volte da un percorso familiare), oggi si volesse riconoscere in un partito democratico, di massa, popolare, riformista e autenticamente europeista, antifascista e sintesi delle principali forze democratiche e progressiste che hanno ricostruito l’Italia dal dopo guerra e hanno posto le fondamenta dell’Europa moderna, dovrebbe sapere che quel partito c’è e si chiama Partito Democratico.

Io credo che si debba ripartire proprio da lì, da quel 14 ottobre 2007:

  • per ribadire che, ancora oggi, restano valide le ragioni per cui si decise di dar vita al Partito Democratico;
  • per ribadire che un partito, per quanto importante, è uno strumento e non un fine;
  • per ribadire che le correnti in un partito hanno senso quando sono portartici di idee e non già quando si riducono ad una conta continua ed estenuante, che drena energie che potrebbero essere spese altrove e per più nobili propositi;
  • per ribadire che maggioranze e minoranze in un partito possono convivere, purché entrambe abbiano chiaro che l’obiettivo deve essere comune e condiviso;
  • per ribadire che in un partito esistono luoghi deputati alla discussione e questi luoghi si chiamano Circoli, Segreterie, Direzioni, Assemblee, Congressi;
  • per ribadire che un progetto ambizioso come quello che ha portato alla nascita del Partito Democratico, ha la responsabilità di proporre un’idea di futuro, una visione, una strada, una “ipotesi di mondo” che vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi;
  • per ribadire che il Partito Democratico ha bisogno di tutti e ha bisogno in particolare di allargare, non di restringere, ha bisogno di essere inclusivo, non esclusivo, ha bisogno di aprirsi alla società, non di chiudersi dentro una stanza.

Io per primo voglio impegnarmi per contribuire alla definizione di una identità forte, attraverso un processo di co-costruzione.

Io per primo voglio impegnarmi per un partito ampio, plurale e inclusivo, che abbia nella lotta alle disuguaglianze, nel lavoro, nell’istruzione, nell’ambiente, nella parità di genere e nel rispetto delle minoranze le sue priorità.

Io per primo voglio impegnarmi affinché la nostra comunità si possa confrontare su questi temi, per poi riuscire a trovare una posizione unitaria.

È giusto infatti che il Partito Democratico sia unito intorno ai suoi valori fondanti così come intorno ad obiettivi forti e ambiziosi, ma dal momento che esiste comunque un pluralismo di idee al suo interno, è necessario che di quelle idee si riesca a fare sintesi e questo dovrebbe essere compito del gruppo dirigente.

Perché l’alternativa al trovare una sintesi di quelle idee, rischia di essere una sorta di “patto di sindacato” tra correnti con il solo e unico scopo di garantirsi vicendevolmente la sopravvivenza (quella che alcuni, a mio avviso sbagliando nei toni, ma non nella sostanza, chiamano ora “potere” ora “poltrona”).

Una sorta di do ut des declinato nella più deteriore delle accezioni.

E allora il rischio è che l’unità venga vissuta come collusione oligarchica, anziché come sintesi democratica.

Ormai da un decennio questo partito riesce ad esprimere sempre i soliti nomi, buoni per tutti i ruoli e lo fa a prescindere dagli equilibri interni, dalle maggioranze di Governo e dal nome del Segretario nazionale.

Perché non siamo più in grado di formare una nuova classe dirigente e favorirne il ricambio?

Ci sono interi territori completamente abbandonati dal Partito Democratico, popolati da commissari che nessuno vede, che fanno sempre parte della cerchia dei pochi e che garantiscono soltanto quel patto tra gruppi dirigenti.

E tutto questo tiene ben lontani tutti quegli stimoli e quelle energie che invece ci sono nella società e che, magari, non vedrebbero l’ora di mettersi al servizio della propria comunità: giovani, donne, movimenti sociali, movimenti ecologisti e tutte quelle competenze che non arrivano dalla cooptazione.

Perché se vogliamo recuperare lo spirito primigenio del Pd, dobbiamo favorire l’ingresso di queste forze, ancorché prive di padri, di padrini e magari anche di pedigree.

Perché la verità è che – per rispondere simbolicamente alla domanda di Nicola Zingaretti – serve ancora un Partito Democratico.

Le “sardine” dovrebbero entrare in un Circolo, prendere la tessera e contribuire con idee e braccia, non dovrebbero stare accampate fuori dal Nazareno o rilasciare interviste in cui la comunità del Pd viene definita “tossica”.

I movimenti ambientalisti ed ecologisti dovrebbero trovare nel Partito Democratico la loro naturale collocazione, dovrebbero andare in un Circolo, prendere la tessera e contribuire a far diventare il Pd un partito ancora più ecologista e attento all’ambiente, non dovrebbero protestare da fuori per sollecitare una politica ambientalista.

Tutti coloro che, a vario titolo, abitano i mille ruscelli del volontariato e dell’associazionismo, dovrebbero entrare in un Circolo e prendere la tessera, per dare forza alle loro istanze.

Lo stesso dovrebbero fare tutti i movimenti per i diritti civili e le libertà individuali: il Pd dovrebbe essere la loro casa. Una casa comune.

Nessuno dovrebbe, fuori da un Circolo, aspettare qualcosa, qualcuno o il momento propizio per entrare, perché il momento propizio è ora e perché, come ci ricorda Antonio Machado, non esiste il sentiero: il sentiero si fa camminando.

Questo, dicevo, accade in alcuni territori.

Ma ci sono, al contrario, territori dove invece il Partito Democratico riesce ancora a fare il Partito Democratico o, quanto meno, ci prova.

Credo che, pur nelle sue quotidiane difficoltà, il Partito Democratico di Pontassieve possa essere preso ad esempio. Un partito che negli ultimi anni – contro ogni previsione – ha ottenuto risultati elettorali tra i migliori d’Italia, è oggi un partito coeso, adulto, maturo e capace di muoversi nel rispetto delle diverse sensibilità che lo compongono e che lo animano.

Non è stato un percorso facile e neppure semplice: vecchi amici e compagni di viaggio hanno scelto altre strade, nuovi amici e nuovi compagni si sono uniti in questo viaggio. Altri arriveranno.

Quel sentiero lo stiamo percorrendo.

Oggi il Partito Democratico di Pontassieve è unito nel supportare e nell’accompagnare l’azione amministrativa della Sindaca e della Giunta attraverso il Gruppo consiliare in un confronto franco e leale, allargato anche alla Lista Civica che fa parte della maggioranza e con cui vi è un dialogo e un confronto continuo.

Ed è certamente quel concetto di buongoverno, quella buona amministrazione, quella volontà di allargare, includendo, che contribuiscono a far sì che il nostro Pd sia, tutto sommato, ancora un luogo in cui molte persone ripongono speranza per un futuro più giusto.

Abbiamo iniziato un lavoro di raccordo – sia con le sensibilità che animano il nostro Pd, sia con i territori – che ha portato prima all’elezione della nostra Sindaca, Monica Marini, a Consigliera della Città Metropolitana e poi all’affermazione, durante le ultime elezioni regionali, del candidato unitario che avevamo sostenuto: Cristiano Benucci, ex Presidente dell’Unione dei Comuni Valdarno Valdisieve.

Fatti, questi, per niente scontati, se si pensa a come solo 5 anni fa era andata, ad esempio, la partita delle elezioni regionali.

Fatti, questi, che io ritengo molto importanti e politicamente rilevanti.

Con il medesimo spirito dovremo, a breve, farci portatori di istanze tese alla ricostituzione della zona Valdarno-Valdisieve, oggi quanto mai indispensabile per dare centralità al nostro territorio e alla nostra comunità all’interno del più ampio quadro d’insieme della Città Metropolitana di Firenze.

Parimenti, come più volte espresso dalle varie sensibilità che mi affiancano nella Segreteria Comunale, dovremo iniziare un percorso di allargamento e di inclusione di tutti coloro che hanno valori affini ai nostri, ma che si sentono orfani di una realtà che possa essere la loro casa.

Il Partito Democratico deve diventare la loro casa.

Pontassieve è l’esempio che può esistere una unità non di facciata, ma una unità di intenti, pur nel rispetto della dialettica che a volte ci pone su posizioni non sempre identiche. Sintesi significa non un mero riassunto finalizzato ad accontentare tutti, ma capacità di cogliere ciò che di buono può esserci in posizioni diverse, per poi rielaborarlo e farlo proprio.

E credo che questa sfida, la nostra sfida, dovrebbe essere la sfida anche a livello nazionale: co-costruzione di una identità, apertura e inclusività dovrebbero essere il faro in questo nuovo percorso che attende il nostro partito.

Io ogni tanto rileggo il Manifesto dei valori. Mi serve per ricordarmi che, fin dalla sua nascita, il Partito Democratico si è dato l’obiettivo di farsi portatore di un messaggio di speranza e di una progettualità riflettuta.

Infatti il Pd è un soggetto, ma al contempo soprattutto un progetto di centrosinistra. Progettualità vuol dire sfida, confronto, vuol dire guardare avanti, sognare, immaginare un futuro, ma anche impegnarsi per realizzarlo. Guai a perdere quella dimensione progettuale.

Nicola Zingaretti è stato eletto Segretario con un’ampia maggioranza e io mi auguro che, fino alla naturale scadenza del suo mandato, voglia proseguire e farsi carico di questa nuova fase, certamente difficile e in salita, ma certamente necessaria. Diversamente spero che l’Assemblea nazionale la prossima domenica possa individuare un autorevole esponente capace di traghettare il partito fino al prossimo congresso, poiché in questo momento la priorità deve essere la lotta al Covid e l’impegno a far ripartire il paese.

Pontassieve, 10 marzo 2021

Tommaso Valleri

 

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Segretario dell'Unione Comunale di Pontassieve del Partito Democratico, Tesoriere del Coordinamento Metropolitano di Firenze e Membro della Segreteria Metropolitana
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